Festa di San Giuseppe

 Festa di San Giuseppe

La Benedizione del Pane di San Giuseppe 

 

 

La mattina della vigilia si celebra la “ benedizione del pane di San Giuseppe” : la Chiesa Madre è ricolma di grandi ceste piene di pane che, al termine della benedizione, verrà distribuito ai poveri ed ai forestieri.. Il pane deve essere spezzato con le mani e consumato dopo aver recitato una preghiera al Santo.

Il rito della benedizione del pane si ricollega all’ origine del culto del santo, protettore dei bisognosi. Il pane, nella forma circolare recante le iniziali di S. Giuseppe o il simbolo della croce, è senza dubbio uno dei protagonisti della festa . Le donne devote preparano, nei due giorni precedenti i festeggiamenti, l’ impasto che lasciano lievitare per una notte intera. All’alba del 18 marzo viene portato nei forni a cuocere e tutto il paese è invaso dalla fragranza del pane caldo.

 

 

La Processione con la Legna

 

Lo spirito penitenziale dei festeggiamenti si esprime ancor oggi con una coralità popolare intensa soprattutto il pomeriggio della vigilia attraverso la processione della legna che si conclude con un grande falò ( “ Zjar i Madhe ”) dalle proporzioni straordinarie. L’ origine di questo rito è da rintracciare in un evento accaduto agli inizi dell’ 800 che è rimasto nella memoria collettiva sanmarzanese.

Quello di San Marzano di San Giuseppe è uno dei Falò più suggestivi d’Italia. Alcuni esperti di storia e tradizioni ritengono che il grande “Zjar i Madhe” (in lingua Arbereshe di San Marzano significa fuoco grande) sia il più antico del Sud Italia, infatti nasce nel lontano 18 marzo del 1866 (150 anni circa). La particolarità di questo enorme Falò in onore a San Giuseppe, consiste nel trasportare enormi “fascini” di ulivo a bordo di traini, carrozze, tirati da 50/60 cavalli. Oltre ai cavalli ci sono circa 2000/3000 fedeli che trasportano sotto braccio il fascino in onore al Santo Patrono. Nella processione è presente la statua del Santo Patrono San Giuseppe, accompagnato dalle Autorità e Costumi tipici Arbereshe. La processione si snoda su un percorso di circa 3 km. Percorrendo le vie principali della cittadina di San Marzano. Durante la processione alcuni cavalli si inginocchiano davanti a San Giuseppe, lo fanno in segno di forte devozione, il tutto tra migliaia di curiosi e fedeli che giungono da ogni parte del Sud Italia.

Rappresentazione dei Tredici Piatti

 

La tradizione delle “ tavolate “ trae origine dell’ usanza di bandire banchetti da offrire ai poveri ed ai forestieri nel giorno della festa di S. Giuseppe in memoria dell’ ospitalità ricevuta dalla Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto. Nell’ antica comunità sanmarzanese, contadina e molto povera, la realizzazione delle tavolate era affidata alle donne di uno stesso quartiere che si riunivano in casa per preparare con spirito devozionale e rituale le TREDICI PIETANZE, in ricordo dell’ Ultima Cena. Si utilizzano ancor oggi gli alimenti tipici della civiltà contadina: olio, farina, pepe, pesce, legumi ed ortaggi. Non compaiono né formaggio né carne perché costosi e perché la festa coincide con il periodo di quaresima: il piatto principale è il pane servito con finocchio ed un’ arancia; segue l’ insalata, i “ lampascioni “ lessati con olio e pepe; fave con olio, pepe ed un’ acciuga; ceci e fagioli conditi nello stesso modo;cavolfiore lessato intero ed insaporito con olio e pepe; riso con sugo ed un pezzetto di baccalà fritto; stoccafisso al sugo; massa di San Giuseppe con olio, “spunzale” ed un pezzo di baccalà; maccheroni lunghi fatti a mano e conditi con miele e mollica di pane fritto; “carteddate” con pepe. I 13 piatti potevano essere serviti per 3,5,7 o 15 “Santi” scelti tra le famiglie più povere del paese che rappresentavano la Sacra Famiglia da sola o accompagnata da San Gioacchino e Sant’ Anna con i dodici apostoli. La sera del 18 marzo, dopo la messa e prima dell’ accensione del falò, il parroco benedice le tavolate e, dopo che i padroni di casa hanno lavato le mani ai Santi ( gesto rituale che ricorda l’ Ultima Cena), questi possono assaggiare le pietanze. Terminata la rappresentazione il cibo viene offerto ai poveri e/o ai forestieri. Negli anni addietro il rituale prevedeva che i santi facessero il giro delle case dove erano state allestite le tavolate

Le Mattere

 

La mattina del 19 marzo, prima della processione del Santo portato in spalla dai devoti, vengono allestite lungo la via principale che parte dalla Chiesa Madre, le “ mattre” : tavolieri di legno contenente piatti tipici della tradizione culinaria locale: orecchiette, “ braciole” al ragù, pane, vino, polpette, carteddate e zeppole che il parroco benedice al termine della messa per essere poi distribuiti ai poveri ed ai forestieri.

La Processione per le vie del paese

 

Il pomeriggio viene svolta per le vie del paese la  processione con il Santo portato in spalla dai devoti.

 

Spettacolo Pirotecnico

I festeggiamenti terminano la sera con uno spettacolo pirotecnico

 

La Storia

Ogni anno, San Marzano vive la propria festa patronale come un evento in cui si celebrano le sue radici storiche e le tradizioni devozionali.

La processione della Legna è quella che più esalta la vita e la religione dei nostri Padri.

Oltre 150 anni fa, un violento temporale, colpì il solo feudo di San Marzano quasi all’alba della vigilia di San Giuseppe.

La popolazione (in quell’anno decise di non offrire al Patriarca i fuochi devozionali, a causa della miseria e del rigido inverno) interpretò quell’evento come una punizione del Santo per aver mancato di fiducia nel suo aiuto. Le campagne erano state devastate e tanti alberi stroncati o divelti.

Gli uomini, sparsi per le varie contrade, constata la mole di legna che poteva ricavarsi, sentenziarono solennemente di offrirla a San Giuseppe quello stesso giorno, in segno di penitenza, con un solo, grande zjarre (Falò).

E tutti accettarono quel voto. Un voto che poi divenne un culto perenne.

E allora, prima gli uomini e poi le donne e i bambini iniziarono al spola tra paese e campagna, mentre una fila di traini(Carri utilizzati a quel tempo per trasportare viveri e materiali tirati da Cavalli) trasportava la legna a lu Katundì (al Paese), scaricando su Largo Monte e prima del tramonto, giunsero a piedi anche le donne, i bambini e gli uomini senza traino: tutti portavano a braccio una fascina, un grosso ramo o un pezzo di tronco e procedevano, pregando e cantando inni al Santo.

La sera, dopo il Vespro, in presenza del popolo, delle confraternite e le autorità civili, il parroco don Cosimo Friolo che benedì la maestosa catasta e si dette fuoco, senza attendere la sera della festa canonica.

Nasceva cosi, in quella storica vigilia, la volontà popolare di invocare San Giuseppe quale Patrono principale di San Marzano.

Col trascorrere degli anni, niente mutò: arrivato marzo, i devoti, soprattutto i travinieri, iniziavano la raccolta e la preparazione delle fascine per la processione della Vigilia.

Nelle campagne era il tempo della monda degli ulivi e la stroma era abbondante. Molti devoti offrivano quella legna al falò di

San Giuseppe e numerose famiglie si privavano anche di quella occorrente a far fronte ai freddi, che certo non erano finiti.

E quelli della civiltà contadina, erano anni di miseria; la legna era un bene prezioso e si usava con grande parsimonia.

Chi non possedeva un fondo proprio, pur di esprimere la sua devozione, andava a lu rispicu(prelevare i legni restanti a terra) a lu Voscu o sobbra a lu Sierru(al Bosco e al Sierro due rioni del Comune),dove crescevano arbusti selvatici. e tutti, bambini, donne e anziani preparavano almeno una fascina da portare a spalla alla Processione, insieme ai trainieri, in onore di quel rito penitenziale. Ma al momento più atteso e impegnativo era la preparazione della legna sul carro.

Insieme ai devoti, poi, gli altri protagonisti della Processione erano i maestosi cavalli, bestie generose laboriose, che quotidianamente offrivano all’uomo un aiuto insostituibile e sempre erano amati e curati dai loro padroni.

Ogni 18 di marzo, agghindati con eleganti finimenti, essi diventano parte integrante della Processione,quasi creature coscienti della sacralità di quel rito.

Per meglio comprendere questo spirito della civiltà contadina, non deve trascurarsi il ruolo rivestito dal cavallo in quei tempi. Era un animale considerato non solo un mezzo insostituibile di lavoro, ma veniva visto come un compagno, una creatura a cui voler bene, quasi uno di famiglia.